{"id":1409,"date":"2022-06-20T11:17:00","date_gmt":"2022-06-20T09:17:00","guid":{"rendered":"http:\/\/evolutiongroup.digital\/?p=1409"},"modified":"2022-07-22T12:00:45","modified_gmt":"2022-07-22T10:00:45","slug":"la-grande-ipocrisia-della-privacy-online","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/evolutiongroup.digital\/it\/la-grande-ipocrisia-della-privacy-online\/","title":{"rendered":"La grande ipocrisia della privacy online"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\">A sei mesi dall\u2019adozione delle nuove linee guida sul consenso GDPR, il bilancio per gli editori digitali \u00e8 quello di una tragedia annunciata.<\/h2>\n\n\n\n<p>A gennaio di quest\u2019anno in Italia sono state introdotte linee guida pi\u00f9 stringenti per la raccolta del consenso GDPR. In estrema sintesi, all\u2019interno dei cookie banner, gli editori devono prevedere l\u2019inserimento di una X o un testo di rifiuto esplicito che permetta agli utenti di negare il consenso al tracciamento dei propri pattern di navigazione sul web che da sempre vengono utilizzati per un\u2019efficace profilazione delle campagne pubblicitarie.&nbsp;La nuova direttiva espone una delle pi\u00f9 incredibili contraddizioni del nostro tempo, un enorme equivoco basato su una scarsissima conoscenza del significato del termine <em>privacy<\/em> nell\u2019era digitale sia da parte degli utenti che del legislatore stesso. Ci sono tre postulati fondamentali alla base del comportamento degli utenti sul web: 1) la pubblicit\u00e0 piace a pochi, 2) i contenuti a pagamento online piacciono come Pinamonti piace a Roberto Mancini e 3) la privacy online non solo non \u00e8 mai esistita ma di base, interessa agli utenti come interesserebbe un risotto gorgonzola e speck ad Agosto in Calabria.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Ma siamo sicuri che agli utenti sia chiaro il peso della richiesta che viene fatta loro?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Gli utenti hanno rinunciato da lungo tempo alla tutela della propria privacy digitale, riversando senza alcuna esitazione i propri gusti, tendenze e abitudini di consumo all\u2019interno di piattaforme social, online shopping, email e persino condividendo i propri tratti somatici con applicazioni made in China. Ogni giorno, ciascuno di noi rilascia informazioni personali iper-profilate con Amazon, che conosce esattamente le preferenze di consumo nostre e dei nostri familiari, cosa compriamo, cosa ingeriamo e come ci vestiamo. Ogni giorno condividiamo sulle piattaforme social le nostre storie, momenti importanti della nostra vita e appartenenza a gruppi di opinione.<\/p>\n\n\n\n<p>Da utenti, accettiamo senza remore la profilazione dei nostri dati all\u2019interno di queste piattaforme per un semplice motivo: diamo per scontato che il consenso sia essenziale all\u2019usufrutto dello specifico prodotto o servizio che ci piace. Peccato che le aziende con cui condividiamo quei dati siano nel tempo libero i pi\u00f9 grossi network pubblicitari che il mondo abbia mai visto. La verit\u00e0 \u00e8 che nessuno si scandalizza per questo, la questione ci interessa poco e noi della <em>privacy<\/em> ce ne siamo sempre infischiati.<\/p>\n\n\n\n<p>Al contrario, quando si tratta di contenuti editoriali sul web, la musica cambia.<\/p>\n\n\n\n<p>Aprendo una qualsivoglia testata web nel nostro paese, all&#8217;utente viene mostrato un messaggio incomprensibile sulla falsariga di questo:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p><em>\u201cNoi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalit\u00e0 tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalit\u00e0 come specificato nella <\/em><a href=\"https:\/\/www.repubblica.it\/corporate\/privacy\/cookie-policy.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>cookie policy<\/em><\/a><em>. Il rifiuto del consenso pu\u00f2 rendere non disponibili le relative funzioni.<\/em><br><em>Per quanto riguarda la pubblicit\u00e0, noi e terze parti selezionate, potremmo utilizzare dati di geolocalizzazione precisi e l\u2019identificazione attraverso la scansione del dispositivo, al fine di archiviare e\/o accedere a informazioni su un dispositivo e trattare dati personali come i tuoi dati di utilizzo, per le seguenti finalit\u00e0 pubblicitarie: annunci e contenuti personalizzati, valutazione degli annunci e del contenuto, osservazioni del pubblico e sviluppo di prodotti.<\/em><br><em>Puoi liberamente prestare, rifiutare o revocare il tuo consenso, in qualsiasi momento, accedendo al pannello delle preferenze.<\/em><br><em>Puoi acconsentire all\u2019utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante \u201cAccetta\u201d. Chiudendo questa informativa, continui senza accettare.\u201d<\/em><br><\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>E\u2019 sufficiente leggere le prime tre righe di questa supercazzola legalese per capire che all\u2019 utente non vengano forniti gli strumenti minimi per comprendere fino in fondo l\u2019oggetto della richiesta che gli viene sottoposta. Il messaggio che passa \u00e8 pressoch\u00e9 il seguente: \u201cAccetti una serie incomprensibile di servizi che non comprendi e di cui ignori totalmente le implicazioni pratiche? Oppure semplicemente li rifiuti\/ignori e continui a fare quello che eri qui per fare?\u201d Quello che l\u2019utente non sa (che poi \u00e8 l\u2019unica cosa che gli andrebbe detta) \u00e8 che<strong> rifiutando\/ignorando quella pangea informe di richieste contenute nel cookie banner, sta di fatto decretando la fine dell\u2019 internet libero, gratuito e plurale che ha conosciuto fino ad oggi<\/strong>. In altre parole, sta inconsapevolmente accettando una versione pay-per-view di internet che sicuramente non condivide.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il bilancio di una tragedia annunciata per gli editori italiani<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>A sei mesi dall\u2019adozione delle nuove linee guida sul consenso GDPR, il bilancio per gli editori digitali \u00e8 quello di una tragedia annunciata. L\u2019introduzione del nuovo cookie banner ha prodotto un calo delle impressioni pubblicitarie che varia dal -30% al -50% rispetto al primo semestre dell\u2019anno scorso (fidatevi, questo dato vale per tutti gli editori italiani e consiglio vivamente a chi non si ritrova in questa statistica di effettuare test specifici al netto dei dati riportati dalla propria CMP). Questo avviene perch\u00e9 se un utente nega il consenso o semplicemente ignora il cookie banner, non viene mostrata pubblicit\u00e0 profilata che copre la stragrande maggioranza delle campagne ad oggi presenti sul web. Al momento, non esistono soluzioni efficaci per monetizzare utenti non consenzienti, ad eccezione di campagne in reservation o attraverso i <em>limited ads<\/em> di Google. In altre parole, un disastro totale.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Il mondo cookieless sar\u00e0 il pi\u00f9 clamoroso autogol della storia del web<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Quanto successo finora \u00e8 solo l\u2019inizio di una problematica molto pi\u00f9 ampia che si manifester\u00e0 in tutta la sua magnitudine nel 2023 con il tramonto dei cookie di terze parti su Google chrome. A quel punto si porter\u00e0 a compimento il pi\u00f9 grande autogol della storia di internet, per mano di un legislatore che in nome di una concezione confusa di privacy e nel tentativo di limitare il monopolio dei colossi del digital ha finito inconsapevolmente (o almeno cos\u00ec si spera) per favorirne il successo definitivo. Il motivo \u00e8 semplice, la profilazione degli utenti sar\u00e0 possibile soltanto (semplifico) attraverso la raccolta di dati di prima parte, ovvero dati di navigazione dei propri utenti registrati. Ma chi possiede al giorno d\u2019oggi un volume significativo di dati di prima parte affidabile? Semplice: soltanto Google, Meta, Amazon e Tiktok, ovvero prodotti e servizi a cui gli utenti hanno affidato pi\u00f9 o meno consapevolmente la propria vita senza farsi troppe domande.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Possono gli editori raccogliere dati di prima parte?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Un singolo editore pu\u00f2 raccogliere dati di prima parte in misura ridotta e con un&#8217;efficacia molto bassa in termini relativi. Per comprendere meglio la questione, basti pensare che gli editori web hanno un traffico diretto reale che in media si attesta intorno al 10%-20% (attenzione a non farvi confondere dal dato Google Analytics che \u00e8 fuorviante poich\u00e9 include gli accessi da Google Discover), il resto del traffico \u00e8 tipicamente trainato da Google in tutte le sue forme (Search, News e Discover), referrals e social network. In termini pratici, questo significa che un utente che atterra su un sito editoriale attratto da un contenuto specifico, ha come unico obiettivo quello di leggere quel contenuto con un&#8217;attitudine totalmente agnostica alla testata che lo ospita. Che interesse avrebbe un utente del genere a compilare un form di registrazione? Praticamente nessuno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La raccolta di dati di prima parte necessita di una strategia pi\u00f9 articolata, legata ad un beneficio materiale che l\u2019utente ottiene registrandosi, ad esempio, un&#8217;esperienza personalizzata con contenuti rilevanti ed esclusivi che ne giustifichino la registrazione. E\u2019 una strada tortuosa il cui beneficio sar\u00e0 appannaggio di pochi e che male si presta alle esigenze dell\u2019editore digitale medio. Nella maggior parte dei casi, sottoporre una richiesta di registrazione o subscription in un contesto di navigazione cos\u00ec fugace porterebbe inevitabilmente ad un aumento esponenziale del bounce rate , con una contestuale riduzione di pagine viste e quindi di impressioni monetizzabili.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Sar\u00e0 un futuro <em>subscription based <\/em>per gli editori italiani?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Per il 99% degli editori digitali la risposta \u00e8 no. Di base gli utenti detestano pagare per il consumo di contenuti online e la triste realt\u00e0 \u00e8 che la qualit\u00e0 del contenuto giornalistico non \u00e8 condizione sufficiente all\u2019acquisto di abbonamenti in quanto le notizie sono considerate ormai <em>commodities<\/em>. E\u2019 un trend destinato a continuare in Italia nei prossimi anni, nonostante la spinta propulsiva negli abbonamenti data dalla pandemia negli ultimi due anni. Il Corriere della Sera, dal mio punto di vista la migliore realt\u00e0 giornalistica di Italia, ha raggiunto nel 2021 380.000 abbonati, tantissimi in termini relativi nel panorama nazionale ma \u00e8 un dato che a mio avviso conferma la poca \u201cfuturibilit\u00e0\u201d del modello subscription (almeno in forma pura) nel nostro paese. Che piaccia o no, la pubblicit\u00e0 rimarr\u00e0 ancora a lungo la principale fonte di sostentamento per l\u2019editoria digitale e il tramonto dei cookies \u00e8 un grosso colpo alla sostenibilit\u00e0 del sistema editoriale.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Come sopravvivere in un mondo cookieless<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>La mia intenzione non \u00e8 quella di dipingere uno scenario apocalittico fine a se stesso ma sensibilizzare tutti sulla necessit\u00e0 di analizzare i fenomeni digitali con maggiore lungimiranza, andando oltre la superficialit\u00e0 che ha caratterizzato questa folle corsa verso la chimera della <em>privacy<\/em>, un tema troppo complesso per essere liquidato con un cookie banner.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 detto, l\u2019industria del digitale \u00e8 abituata a gestire cambiamenti epocali come questo e i principali player del settore si sono gi\u00e0 mossi da tempo per trovare soluzioni in grado di mitigare l\u2019assenza di <em>cookie<\/em> di terza parte. Non mi soffermo in questo articolo sulle diverse soluzioni attualmente presenti sul mercato perch\u00e9 in sostanza hanno come minimo comune denominatore quello di individuare il modo pi\u00f9 legalmente percorribile per ricreare il concetto di <em>cookie<\/em> senza avvalersi di <em>cookie<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Mi soffermo invece su ci\u00f2 che un editore potr\u00e0 realisticamente fare per salvaguardare la propria appetibilit\u00e0 in un mondo <em>cookieless<\/em> nel quale gli inserzionisti conserveranno le stesse aspettative del mondo <em>cookiefull<\/em>. Sotto questo aspetto, pochi sanno che un advertising <em>data-driven<\/em> non deve necessariamente basarsi sul <em>behavioral targeting<\/em> per essere efficace. Il targeting contestuale ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e offre enormi opportunit\u00e0 per l\u2019erogazione di campagne pubblicitarie efficaci, mirate e che non prevedano la raccolta di <em>terabyte<\/em> di dati sensibili degli utenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Fino a poco tempo fa infatti, il concetto di targeting contestuale era limitato al <em>matchmaking<\/em> tra campagne pubblicitarie e <em>keyword<\/em> specifiche contenute all\u2019interno di pagine web. Oggi, \u00e8 possibile utilizzare sistemi di <em>NLP<\/em> (natural language processing) per inferire il significato di contenuti web di modo tale che gli inserzionisti possano utilizzare contesti specifici e <em>brand safe<\/em> per promuovere i propri prodotti\/servizi. L&#8217;inserzionista ha la possibilit\u00e0 di scegliere contesti semantici ai quale associare il proprio brand senza sollevare alcuna questione di privacy.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stesso discorso vale per gli editori digitali, che possono servirsi di tecnologie di NLP per segmentare i propri contenuti in categorie riconosciute dallo IAB ed inserirle nel sistema di <em>bid<\/em> visibili agli inserzionisti. E\u2019 una strada che consente agli editori di rendere la propria offerta riconoscibile sul mercato e in grado di creare un vantaggio competitivo agli occhi di un inserzionista.<\/p>\n\n\n\n<p>Siamo solo agli inizi e sicuramente ne vedremo delle belle nei prossimi mesi. Sul piatto della bilancia ci sono due esigenze egualmente importanti da proteggere: il diritto ad una privacy vera e consapevole per gli utenti e la tutela dei creatori di contenuti digitali, attori essenziali per garantire un\u2019informazione libera, plurale e gratuita sul web.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A sei mesi dall\u2019adozione delle nuove linee guida sul consenso GDPR, il bilancio per gli editori digitali \u00e8 quello di una tragedia annunciata. A gennaio di quest\u2019anno in Italia sono state introdotte linee guida pi\u00f9 stringenti per la raccolta del consenso GDPR. 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